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Effetto Serra


14 novembre 2006

???? ???? ??? ?????? ???????? - Peccato che Saddam non sia negro

di Michele Serra
Se Saddam Hussein morirà impiccato, per gli americani sarà una clamorosa sconfitta politica: Bush avrebbe preferito la sedia elettrica. Fonti vicine alla Casa Bianca riferiscono di un presidente amareggiato: "è molto giù, come quando seppe che gli iracheni non sono presbiteriani". Ricevendo la comunità islamica americana, dopo avere rivolto una delle sue consuete, informali domande di benvenuto ("C'è qualcuno di voi che si chiama Fonzie?"), il presidente, per rompere il ghiaccio, ha comunque scherzato a lungo sulla condanna a morte di Saddam, chiedendosi come diavolo faranno gli arabi, con tutto quel deserto, a trovare una quercia abbastanza robusta.
Negli ambienti teo-con, molto attenti ai valori tradizionali americani, si fa comunque notare che l'impiccagione è parte integrante dell'epopea del Grande Paese, e dunque è una soluzione più che accettabile. Nel Sud, alla fine delle funzioni religiose, si canta ancora la struggente ballata popolare “Un canapo, un ramo e un negro appeso”. Negli ambienti ultraconservatori si è però aperto un aspro dibattito sui requisiti di Saddam: "Un arabo non è un negro, anche se può sembrarlo", ha dichiarato il reverendo Scott O'Hara, leader dell'estrema destra repubblicana dell'Arizona e autore di un emendamento umanitario che cerca finalmente di dare regole al linciaggio, legalizzandolo. "E un'impiccagione senza negri, che impiccagione è?".
"Gli arabi non saranno negri, ma poco ci manca", gli ha replicato l'acerrimo rivale Tim Pukhinpek, un campione di rodeo diventato eroe nazionale per avere fatto irruzione in un dibattito tv a cavallo di un toro inferocito, sparando sugli oratori. "Dunque impicchiamolo senza fare tante ciance da checche".
A parte questo dibattito giurisprudenziale, gli esperti sono preoccupati per le conseguenze dell'esecuzione di Saddam. Gli scenari possibili sono tre: 1. Massacri e guerra civile; 2. Stragi e attentati; 3. Genocidio e fiumi di sangue. "È la migliore risposta possibile", fa sapere l'entourage di Bush, "a chi sostiene che l'invasione dell'Iraq non consente sbocchi. Qui di sbocchi ce ne sono addirittura tre, e un quarto è un'escalation militare che coinvolga tutta la regione, compresi Siria, Iran, Pakistan, India e Indonesia". "Uno scenario di guerra limitato e controllabile", commentano al Pentagono: "per esempio esclude Canada e Nuova Zelanda".
Altri osservatori, più ottimisti, valutano vicino allo zero l'impatto dell'esecuzione di Saddam: "Il genocidio, la tortura e il massacro sono, in Iraq, già adesso regola quotidiana: come diavolo volete che possa peggiorare un casino del genere?", ha dichiarato in una riunione di reduci il mitico generale John Padborsky, che negli anni Sessanta propose di invadere le Filippine per distogliere l'opinione pubblica dalla guerra in Vietnam.
Un vivace dibattito ha accolto, nel frattempo, l'ultimo saggio del polemista conservatore Mark Ulbricht, già autore del pamphlet negazionista “Custer aveva vinto”. Nel nuovo bestseller, intitolato “Non mandiamo i nostri ragazzi a morire lontano”, Ulbricht si dissocia, a sorpresa, dall'invasione dell'Iraq e applica le teorie isolazioniste alla guerra. "La logica, e i costi molto più ridotti", scrive lo studioso, "ci suggeriscono la soluzione più ovvia: fare la guerra qui tra di noi, al sicuro. Una seconda, grandiosa guerra civile che ci consenta di non disperdere in paesi assurdi il nostro straordinario potenziale militare. Basta sparare sui cammelli! Basta arabi col nasone! Miliardi di dollari e una tecnologia avanzata non meritano questi sprechi! A me, ad esempio, quelli del Missouri sono sempre stati sulle balle".
P. S. Contravvenendo alla tradizione di questa rubrica, ecco una notizia vera. Ronald Reagan, nel primo storico incontro con Gorbaciov, gli chiese: "Ma in caso di invasione aliena, voi russi con chi stareste?". Gorbaciov si mise a ridere. Non capì che non era una battuta. Reagan è morto convinto che plutoniani e comunisti stavano tramando per distruggere la Terra. E ancora non si era accorto degli arabi.




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8 novembre 2006

Per buongustai


Delle dritte per veri intenditori dal buon Michele Serra

Le Petit Trou.
Per chi ama la rigorosa applicazione del concetto di cucina territoriale, ecco il piccolo capolavoro dello chef Aldo Paraboloni, alla periferia di Vercelli. Al Petit Trou si cucina solo con ingredienti prodotti nell'arco di 50 metri. Una capra, munta ogni mattina dalla figlia di Paraboloni, fornisce il latte fresco. Un piccolo orto di cavolfiori e erbe aromatiche provvede al resto. Le specialità sono cavolfiore alle erbe aromatiche, cavolfiore al latte, ristretto di latte alle erbe aromatiche con frittura di cavolfiore, tagliata di cavolfiore alla spuma di latte, assortimento di sorbetti: al fioridilatte o al fiordicavolo. Paraboloni non accetta compromessi: vuole che i suoi clienti trovino nel piatto la pura espressione del suo terroir. Vale la pena rinunciare a pane, carne, pesce, frutta, verdura, vino, acqua potabile, tavolo e sedie, in cambio di un'esperienza unica per intensità.

Da Marcolone a Cannutello della Pescaglia.
Come molti tra i più prestigiosi ristoranti italiani, che snobbano le località più frequentate, anche il maestro Marco Scarduffi ha scelto di aprire i battenti lontano dalle città e dalle direttrici più ovvie. Cannutello della Pescaglia è una frazione di Molceno Carpineto, nella pianura tra Cremona, Mantova e Reggio Emilia, a 20 chilometri da San Mercuriale, lungo la provinciale che porta a Pralanciano, poco dopo la deviazione per Tanaglio, proseguendo lungo l'argine del Fosso Mirabello e tenendosi in vista del campanile di Fuschetta Nuova, fino alle prime case di Cascinone dove si svolta a sinistra per raggiungere Riva di Cannutello, la frazione di Cannutello della Pescaglia dove sorge questo straordinario locale.
I pochissimi, selezionati clienti che sono riusciti a trovarlo, sostengono che la cucina è impareggiabile. Una leggenda locale vuole che, nelle notti di nebbia, si possono sentire gli ululati dei clienti dispersi sulla via dell'andata o del ritorno.

La Boite Excellence del Bulgari Hilton.
Lusso imperdibile, qualità altissima, il sommelier che circola tra i tavoli in Aston Martin e la lista dei vini più celebre d'Europa. È un rotolo di pergamena lungo 60 metri che il cliente deve leggere per intero, ad alta voce, a partire dal parcheggio sotterraneo del ristorante. Se sbaglia un nome, deve ricominciare daccapo. È l'unico locale europeo dove si può trovare lo Chateau Bignaff del 1932, servito in camere iperbariche, in assenza di gravità, e si beve solo dopo che un odontotecnico ha provveduto alla pulizia dentale del cliente. I piatti, maioliche cinesi del Terzo secolo, vengono buttati dopo ogni pasto nel cortile retrostante, con risa di scherno per i clochard che si avventano sui cocci succhiandoli avidamente.

Da Evo e Miria Allievi di Manlio e Cinzia, Evo e Miria gestivano fino a pochi mesi fa l'antica trattoria Carlo e Magda.
Molti, dopo aver mangiato le loro squisitezze, sono convinti di avere mangiato da Ugo e Stella, oppure da Cino e Sandra, e una simpatica tradizione del locale è il ripasso finale, a conto pagato, dei nomi dei proprietari. Alberto e Mina (che sono i veri nomi di Evo e Miria) hanno comunque il sorriso pronto anche con quei clienti (la maggioranza) che hanno sbagliato locale, smarrendosi tra le centinaia di ristoranti italiani che si chiamano Angelo e Nadine, Ugo e Margherita, Poldo e Teresa, eccetera.

Jinkilujiyò
L'insegna raccoglie, a caso, le lettere dell'albafeto più inusuali. È il regno della cucina destrutturata: vengono serviti centinaia di minuscoli bicchierini che contengono emulsioni, sciroppi, frullati, creme e altre melme evanescenti, che alla fine della cena non danno pesantezza, ma creano nello stomaco uno strato gorgogliante di fanghi aromatici che vi faranno sentire come una betoniera nella quale è caduto un campionario di smalti e vernici. Appena usciti dal ristorante, molti clienti sfondano col crik la vetrina di un vicino falegname e si ingozzano di segatura per cercare di assorbire i vortici di vapore che si sono formati nello stomaco.




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13 ottobre 2006

La Talpa, nuova arma talebana...


I reality-show sono trasmissioni commissionate dai fondamentalisti islamici per dimostrare l'inferiorità degli occidentali. Ma non solo. Gli sceicchi ispirano molte altre manifestazioni della decadenza occidentale. Ecco le principali Si vedono adulti seminudi che corrono nella melma bestemmiando, ragazze che collassano abbattute dagli idranti, prove iniziatiche a base di scarafaggi nelle mutande, umiliazioni e crisi isteriche in pubblico. È lo spettacolo di un'umanità degradata, che non ha più vergogna neanche di farsi fare un primo piano del culo mentre peta, anzi lo considera il momento più adatto per salutare la mamma a casa. Vedere i concorrenti di un reality-show e pensare che l'estinzione della nostra civiltà sia inevitabile, e forse anche giusta, è tutt'uno. La vera natura dei reality-show è dunque questa: pura propaganda araba. Si tratta di odiose trasmissioni commissionate dalle centrali del fondamentalismo islamico per dimostrare l'inferiorità degli occidentali: bastano cinque minuti della 'Talpa' per desiderare intensamente lo sterminio dei concorrenti, della troupe, degli autori e degli sponsor.
A questo disarmante spunto di Michele Serra non dobbiamo inoltre scordare di aggiungere il culto di San Remo, che ogni anno vede prostrati davanti al video milioni e milioni di credenti durante la celebrazione della liturgia del Festival. Il ritiro spirituale per i praticanti comincia generalmente con largo anticipo sulla vera e propria settimana di Passione. Sembrerebbe che in una delle prossime edizioni il Papa abbia manifestato intenzione di officiare lui stesso la cerimonia...

Oltre ai reality-show, gli sceicchi della morte sono gli ispiratori occulti di molte altre manifestazioni della decadenza occidentale. Vediamo le principali.
Il 3 x 2 Ingorghi di pensionati col carrello. Alcuni fuggiti dall'unità coronarica (hanno uno strascico di tubicini ancora appesi) pur di accaparrarsi tre cassette di pompelmi al prezzo di due. Non hanno mai mangiato un pompelmo in vita loro, credono si tratti di limoni molto grossi o di palloni da basket molto piccoli, ma il richiamo del tre per due è irresistibile, ipnotico. Se vedono in offerta le batterie d'auto o gli ombrelloni, li comprano. I loro carrelli sono altrettanti allestimenti della Biennale: 85 pompelmi, due pneumatici da neve, un cd di Eminem scambiato per un posapentole, un porta- cd scambiato per trespolo per galline, due sogliole congelate scambiate per scarpe da riposo. Il tre per due è stato studiato dagli economisti di Al Quaeda per minare alle radici il risparmio occidentale. Micidiali anche gli effetti collaterali: malori per spingere carrelli pesantissimi, morti per schiacciamento nella calca davanti alla scansia di Coccolino, lesioni gravi negli incroci tra carrelli con carichi sporgenti.
Il culto di Lady Diana Dodi Al Fayed fu, in realtà, uno dei primi kamikaze. Dirottò personalmente la Mercedes contro un pilone sapendo che milioni di massaie cotonate avrebbero immediatamente santificato la principessa, trasformando una simpatica svaporata in Dea dell'Amore Infelice. L'orribile culto (tonnellate di orsacchiotti di peluche e letterine piene di cuoricini depositati davanti ai Luoghi Dianici, mandando in tilt la nettezza urbana) testimonia e/o accelera un deficit neurologico di massa, e inficia gravemente le difese culturali dell'Occidente. Impossibile prendere le distanze dal culto delle Vacche Sacre, dall'infibulazione e dalle superstizioni tribali, finché si dedicano interi giornali alle copule della Royal Family.
Il fuoristrada Tre tonnellate di peso, sei metri di lunghezza, il prezzo di un appartamento, consumi da cacciatorpediniere, una spiccata tendenza a ribaltarsi nei fossi, il primato indiscusso nelle statistiche degli incidenti mortali, l'evidente insensatezza di usare un autoblindo per accompagnare a scuola i figli. Eppure la moda del gippone dilaga: si vedono sempre più spesso esili signore bionde, in pieno centro urbano, annaspare aggrappate al volante di pazzeschi veicoli militari in svendita dopo la Guerra del Golfo e ribattezzati 'Surabaja' o 'Portofino' dai lestofanti del marketing. Azionano istericamente le frecce, gli alzacristalli, gli antinebbia, chiedendo istruzioni al telefonino al marito stronzo che le deride, infine accelerano per la disperazione, scrostando la facciata dei due palazzi tra i quali si sono incastrate e schiacciando il carabiniere che cercava di abbatterle con una fucilata per salvare i passanti inermi. Ogni gippone venduto alle signore del ceto medio americano ed europeo viene rivendicato da Al Qaeda con una telefonata a 'Al Jazeera'.




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